
Programma
alle ore 11:00 la Santa Messa
Presentazione della figura di Mons. Francesco Galloni da parte del prof. Giovanni M. Filosofo e la testimonianza di sr Teresa Cerruti.
Cerimonia con deposizione di omaggio floreale sulla tomba.
Animazione musicale del Coro Sant'Ubaldo.
Sarà l'occasione per visitare per la prima volta una esposizione di ricordi e oggetti appartenuti a Mons. Galloni.
Alla fine per tutti i presenti un momento conviviale
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Articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza il 02 Giugno 2026 a cura di Giovanni Matteo Filosofo
VELO D’ASTICO
Nel 50esimo dalla scomparsa, si commemora il prete-alpino e l’apostolo dell’ecumenismo
Un grande alpino, sempre accanto alle sue penne nere, che amava, ma, soprattutto, un anticipatore dello spirito ecumenico fra le diverse fedi religiose, in un apostolato senza frontiere. È questa l’eredità lasciata da mons. Francesco Galloni, che pervade le celebrazioni del 50esimo della sua morte. L’eroico “Angelo del Pasubio”, pluridecorato sacerdote bresciano, sarà commemorato martedì (2/6) nella sua villa, la Montanina fogazzariana fatta risorgere dalle macerie della Grande Guerra: primo passo verso una missione mitteleuropea, che, spenti gli echi delle cannonate, e della pietosa ricerca dei caduti, l’aveva portato in Bulgaria, a Sofia. Là, con opere e vero spirito cristiano, aveva anticipato l’ecumenismo: quel sentirsi fratello di ortodossi e protestanti, di ebrei e perseguitati, in un sacerdozio nel solco del personalismo cristiano, di un nuovo “Umanesimo integrale”, proposto dal teologo e filosofo francese Jacques Maritain, rispettoso della persona comunitaria, che si realizza nella comunità e in una convivenza sociale che trova proprio nella persona il suo valore supremo. Ricordi, tesi a travalicare il tempo passato, che verranno messi in luce nella personale testimonianza di suor Teresa Cerruti, ultima figlia della congregazione di Santa Maria Annunciata, fusasi con le suore Passioniste, e ideali che fanno parte di una “rievocazione” filosofica-religiosa, programmata dopo la celebrazione della messa delle 11, accompagnata dal Coro Sant’Ubaldo. Seguirà la visita ai cimeli e agli oggetti appartenuti al sacerdote: il suo altarino da campo, con calice, pisside, ampolline, testi sacri; la divisa da cappellano militare; il cappello d’alpino; il breviario con conficcata una paletta di shrapnel austroungarica; le medaglie al valore militare; documenti e articoli sulla sua opera colma di umanità, tanto a Sofia che alla Montanina; foto, taccuini, messalini, lettere di un uomo dal cuore grande, capace di guardare lontano, verso altri orizzonti.
G.M.F.
FOTO: don Francesco Galloni, nel 1974, con alle spalle la sua Montanina
FOTO: L’Angelo del Pasubio, in divisa da cappellano militare del Btg. Alpino Monte Suello
Testimonianza del prof. Giovanni M. Filosofo
DON FRANCESCO GALLONI
Nel 50esimo dalla scomparsa
L’ “Angelo del Pasubio”, quello che più volte abbiamo chiamato “profeta dell’ecumenismo”, è spirato 50 anni fa.
Era una splendida giornata di sole quel 5 giugno 1976.
“Scrivete e parlate spesso di lui" – diceva, ad ogni anniversario, col suo ricco e scorrevole eloquio, mons. Loris Capovilla, già segretario di Papa Giovanni XXIII, fatto cardinale da Papa Francesco, scomparso nel 2016.
“Parlate di lui, perché non vada dimenticato, perché sia fatto Santo”.
Una raccomandazione che purtroppo non abbiamo accolto. E ce ne rammarichiamo, perché il tempo sta inesorabilmente cancellando le ultima tracce lasciate da un protagonista del ’900, i suoi alti ideali, le sue opere, degni di memoria.
Ecco allora, oggi, l’occasione di provare ad approfondire la conoscenza dell’uomo e del sacerdote, tanto nel bresciano, sua terra natìa, che a Concesio, come pievano;
del seminarista e del cappellano militare;
dei suoi eroismi, in guerra, e in pace, tanto sul Pasubio, tra gli alpini, nell’epopea bellica, che sul Piave, nel pietoso recupero delle salme dei soldati, fino a Sofia, in Bulgaria, là dove erano stati portati, come prigionieri, i nostri militi.
Già: la terra bulgara. La sua svolta.
“Finora – dirà – ho sistemato i morti; ma sarebbe ancora più bello sistemare i vivi!”.
Ecco nascere l’”Opera Pro Oriente”, una missione di pace e di fratellanza, per promuovere il dialogo e la collaborazione tra le diverse confessioni religiose: cattolica, ortodossa, protestante…. È, in nuce, l’ecumenismo, pienamente accettato a partire dal Concilio Vaticano II, apertosi nel 1962 con Roncalli e chiusosi con Montini nel 1965.
Nel frattempo, ecco a Sofia sorgere l’Istituto” Leonardo da Vinci”, con ginnasio-liceo; una biblioteca di 15 mila volumi, frequentatissima; un circolo per i giovani, un altro per le giovani; una sala conferenze; i concerti, gli incontri…
Ecco, con lui, le sue suore della Congregazione di Santa Maria Annunciata. Ecco, in Italia, crescere la sua Montanina, sulle macerie della villa del Fogazzaro.
Ed ecco le missioni-crociera, organizzate per portare i bulgari a contatto con la nostra cultura, che per lui era “rinascimentale”, con la nostra storia, con i valori di famiglia, di fede, di onestà, di altruismo.
Perché, come scrive, “Occorre rendere familiari ai nostri fratelli ortodossi il pensiero, la storia, la vita, le esperienze dei loro fratelli cattolici nelle espressioni più alte e benefiche della civiltà cristiana. E occorre rendere noi più consapevoli dei problemi dell’Oriente, e conoscerne le tradizioni, la cultura, la mentalità, la storia, la vita, contribuire così ad eliminare quelle distanze che sono spesso frutto dell’ignoranza, della diffidenza, dell’egoismo”.
Un programma ecumenico bruscamente interrotto da una nuova guerra, dalla violenza dell’uomo sull’uomo, dal nazifascismo, che rinnega la dignità umana, dal marxismo che affossa ogni barlume di speranza. E di umanità.
Già: l’umanità, l’Humanitas, alla latina.
Don Francesco, in tutte le vicende della sua vita è stato soprattutto un umanista: umanista, nel sentirsi prossimo ad ogni essere umano, ignorando i legami del sangue e della religione, della lingua, della cultura, dello stato sociale.
Ha esteso a chiunque il suo sentimento di fraternità, senza mai dare importanza alla differenza di fede, di razza, di condizioni economiche e sociali.
Sotto tale aspetto, il suo apostolato prae et post bellico, a mio parere si potrebbe benissimo incastonare nel “Personalismo cristiano”, propugnato dal filosofo e teologo francese Jaques Maritain, suo contemporaneo, ateo, poi convertitosi al cristianesimo: uno dei grandi pensatori cattolici del Novecento.
Paolo VI lo considerava suo ispiratore, come emerge dalla corrispondenza tra il papa e lo stesso Galloni, anche in seguito alla consegna del “Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza”.
Dopo l’avvento dell’impero pagano di Hitler, dopo i totalitarismi, la follia della Guerra Fredda, e di nuovi conflitti, secondo Maritain nel mondo si deve affermare un nuovo Umanesimo, che lui chiama “Umanesimo integrale”, con la riscoperta della filosofia tomistica di Tommaso d’Aquino, ma coniugato all’attualità.
Da ciò discende che l’uomo è “persona”, dotata, come Gesù, di anima, corpo e ragione. Non semplice individuo (che sarebbe una strettezza dell’ego, dell’io), ma centro di esistenza, di bontà, di amore. Persona comunitaria, che si realizza nella comunità (superiore alla Società, perché recupera il passato e pensa al futuro, mentre l’attuale società vive sospesa, fluttuando nel presente, guardando soltanto al futuro), in una convivenza sociale che ha nella persona il suo valore supremo.
Allora, è in quest’ottica che noi possiamo comprendere appieno quanto fatto da don Francesco in tutta la sua vita, in un continuum mai interrotto.
E sarebbe errato pensare il contrario.
Humanitas come cappellano militare, volontario.
Humanitas per gli atti di un eroismo solidale.
Humanitas per la pietosa ricerca dei caduti, col recupero delle salme, per la loro traslazione in luoghi consacrati, con la consegna alle famiglie di qualche sospirato ricordo.
Humanitas nella fondazione dell’Opera.
Humanitas nei sentimenti umani profeticamente ecumenici.
Humanitas nell’asilo dato agli ebrei e ai perseguitati.
Humanitas nel successivo messaggio pedagogico ed educativo, perseguito, dopo la diaspora, tanto a Tavannes, in Svizzera, con un asilo frequentato per il 95 per cento da bimbi di famiglie protestanti, che a Velo d’Astico.
Humanitas nella fondazione, alla Montanina, di scuole cattoliche, dove l’educazione riguardava lo sviluppo della persona, come fine e valore, per un futuro ruolo nella vita sociale.
Humanitas nella scelta di restaurare la Montanina fogazzariana.
Del Fogazzaro, don Francesco condivideva non solo l’amore per il bello e per l’arte, ma soprattutto, seguendo la filosofia di Antonio Rosmini, l’anelito, come espresso ne “Il Santo”, e in “Leila”, per una Chiesa dove fossero banditi lo spirito maligno di menzogna, di egoismo, lo spirito di dominazione, l’autoritarismo, l’immobilismo al cospetto del cammino della scienza e del progresso.
In difesa dei deboli, degli oppressi, dei dimenticati.
Ecco: questo era don Francesco.
Era una bella giornata di sole quel 5 giugno di 50 anni fa.
Il sacerdote di Cristo se n’è andato portando nell’animo il suo infinito amore per ogni creatura.
In un raccontare, volutamente poetico, dalla finestra socchiusa dello studiolo, assieme alle sommesse preghiere delle sue suore, sentiva la voce della Riderella canterina che, scivolando leggera tra i sassi e il muschio, accarezzava la chiesettina bizzarra di Sancta Maria ad Montes. Santa Maria dei monti.
Lì, fuori, e non altrove, aveva scelto di riposare.
Villa Montanina, Martedì 2 giugno 2026
Prof. Giovanni M. Filosofo
clicca sull'immagine per la video testimonianza
Testimonianza di suor Teresa Cerruti
Il mio ricordo di don Francesco Galloni
Ho conosciuto Monsignor Francesco Galloni nel Santuario della Madonna del Buon Consiglio a Genazzano provincia di Roma, mio paese natio, per mezzo del mio parroco Padre Malfatti. Avevo espresso a mio papà il desiderio di farmi suora, dopo la quinta elementare, ma ebbe il diniego. La mia famiglia era credente ma non praticante ed io ne soffrivo. Passò un altro anno e papà mi accontentò. Erano i primi di marzo 1952. Come di consueto quando don Francesco si recava a Roma non tralasciava di venire a pregare la Madre del Buon Consiglio. Il parroco mi presentò al don Francesco il quale nel vedermi mi baciò con affetto paterno, in quell'incontro e dopo un breve dialogo, fissammo l'appuntamento per la partenza alla Montanina. Qualche giorno dopo ci ritrovammo così, all’ora stabilita, alla stazione Termini di Roma. Io ero accompagnata da mio papà, ci salutammo ed il treno partì. Durante il viaggio Don Francesco mi fece tante raccomandazioni, ma io birichina e curiosetta, vedendo che si era appisolato uscì in corridoio, ma non vedendomi nello scompartimento preoccupato mi cercò: dicendomi dolcemente, ‘’figliola…’’, arrivati quasi a Vicenza mi chiese se avevo un pettine, aprii la mia valigetta di cartone ed egli come un papà amorevole mi pettinò. Arrivati alla Montanina le suore ci attendevano con entusiasmo, il bel regalo che don Francesco aveva allora annunciato con un telegramma ero io. In quei mesi c'era stata la terribile alluvione del Polesine e don Francesco con il suo sorriso, perfettamente attrezzato per le opere caritatevole ospitò intere famiglie nella casa del Buon Pastore. Don Francesco con il suo atteggiamento umile, sorridente ed accogliente, incontrava autorità e semplici persone con lo stesso atteggiamento. Quante riunioni, conferenze, convegni organizzò qui alla Montanina! Memorabile è stato il convegno del 1956, in quella circostanza vennero tante personalità tra le quali Papa Giovanni XXIII, allora Patriarca di Venezia, il sindaco di Firenze Giorgio Lapira, Monsignor Loris Capovilla, il russicum di Roma, il vescovo di Vicenza Monsignor Carlo Zinato, la principessa Eudoxia di Bulgaria, la Beata Maria Beltrame Quattrocchi. Per una giornata fu ospite anche il Presidente della Repubblica Gronchi al quale per l'occasione Don Francesco cedette il suo studio e la camera da letto. Ho un nitido ricordo del mio primo Natale alla Montanina, il salone, l'entrata e la sala da pranzo piene di famiglie bisognose per il pranzo natalizio. Un altro episodio. Avevamo una missione in Svizzera nel Giura Bernese, io ero ancora minorenne, non avendo il passaporto, Don Francesco mi mise nel suo, era il 1957, cominciò così la mia prima missione con i bambini. Avrei tante cose da dire ma non voglio dilungarmi troppo. Nel 1960 fece i voti religiosi, Don Francesco con la sua tonaca solenne da Monsignore mi portò all'altare. Il suo pensiero e le sofferenze erano sempre per la Bulgaria poiché, subentrato il regime comunista le suore italiane furono espulse e a Don Francesco, ultimo delegato apostolico della Nunziatura fu negato il visto, poiché era nell'elenco dei condannati a morte. Prima di morire ebbe la gioia di rivedere e curare le consorelle bulgare sr Cecilia e sr Gabriella, reduci di tante sofferenze, umiliazioni, ma fedeli alla Chiesa di Cristo ed al Papa. Nel 1946 ebbe il merito di aprire la scuola media, di seguito L'Istituto magistrale, la scuola magistrale con il collegio femminile. Era l'unica scuola religiosa mista in Italia. Nel 1969 aprì anche la scuola materna, tutt’ora funzionante.
Quanto bene Don Francesco ha fatto per la vallata, con la scuola, con il suo Ministero sacerdotale con il suo carisma ecumenico, con l'aiuto ai bisognosi, anziani, bambini, portò dalla Bulgaria due bambini abbandonati ed altre persone profughe, ha salvato tanti ebrei dall'Oriente in Italia. Fu cappellano degli alpini durante la guerra 1915 – 1918, ricordando quel periodo sempre con tanta commozione. Nell'ultimo periodo della sua vita, degente all'ospedale di Schio Il Santo Padre Paolo VI faceva telefonare ogni giorno dal suo segretario informandosi dello stato di salute del sacerdote. Prima di morire al capezzale volle tutta la comunità religiosa "Santa Maria Annunciata’’ da lui fondata e ci disse: ‘’amatevi, comprendetevi, confidate, pregate per il papa, per l'unità della Chiesa, e per i fratelli separati e perseguitati.’’.
Don Francesco in ogni fase della sua vita, incarnò e promulgò il Vangelo di Cristo. Il 5 giugno 1976 ‘’entra nella gioia del Signore’’ ed è sepolto accanto alla chiesetta ‘’Santa Maria ad Montes’’ da lui voluta e amata. Don Francesco fu un cantore di Maria, ne testimoniano: il libro ‘’Ave Maria’’ i vari capitelli sparsi nel parco, il bel mosaico dell'annunciazione del 1954, il laghetto con la Madonna di Lourdes, ed il nostro saluto "Ave Maria purissima" risposta ‘’Ave grazia plena’’
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Momento della deposizione dei fiori sulla tomba di Mons. Francesco Galloni, durante il quale gli alpini recitano la Preghiera dell'Alpino e il coro Sant'Ubaldo canta "Signore delle Cime" di B. De Marzi
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